Passa ai contenuti principali

Il castello

Nelle nostre storie c'è sempre un castello. 
Da conquistare o da cui fuggire. 
O un luogo in cui progettare imprese.


Il mio castello è per i sogni dei bambini, 
per le avventure coraggiose dei piccoli eroi delle fiabe, 
passaggio segreto per le scorribande della fantasia.







Commenti

  1. Bello immaginarti bambina che sogni un castello delle fiabe.

    RispondiElimina
  2. il mio castello è il mio mondo, inaccessibile per molti, oscuro per altri, un vero e proprio labirinto per chi non ha spirito di avventura...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Scusatemi se mi intrometto nel vostro dialogo. Ma vorrei dirti Tacchialti94 che, se un giorno decidessi di farmi leggere pensieri sul tuo labirintico animo, sarò per te un attento e rispettoso lettore. Ciao.

      Elimina
  3. Il mio castello, almeno quello sognato, è quello della tana dell'Aquila dove l'eroe stanco si riposa e si separa dal brusio della gente che comunque ama. Quello reale è il rifugio del gatto dove separarsi dall'incomprensione, avidità e rifiuto della gente.
    Il castello è per me un'immobile fortezza perciò è altrove il luogo mentale e fisico dell'avventura, dove perdersi e ritrovarsi. Non mancano mai perciò nel suo ventre i luoghi più ameni, gotici ed esotici: le segrete, i labirinti e i sotterranei dove perdersi, cercare le proprie follie, la propria anima e i segreti inconfessabili. È anche il luogo da dove fuggire nella notte per salvarsi la vita quando il castello viene assediato.

    RispondiElimina

Posta un commento

Post popolari in questo blog

Soglia cosmica

A braccia spalancate, sembri offrire il tuo respiro al vento, e la collina diventa il punto esatto in cui la terra impara a volare.

Cespuglio selvatico sotto un’aiuola.

A volte, seduta così, sento che il mio corpo diventa un ponte tra la terra e il cielo. In quell’immobilità scelta, mi accorgo che il mondo non mi chiede nulla: semplicemente mi accoglie.  Le forme attorno a me diventano un respiro più grande del mio, e io mi ritrovo parte di un ritmo antico, come se ogni gesto fosse già stato pensato da un tempo che mi precede.  In quell’istante, mi sembra di essere sia radice che vento, sospesa nel punto esatto in cui l’esistenza smette di chiedere e comincia a essere.   

Il silenzio di Dio

S ì, a quell’ora lì, Ernst, di solito, parlava con Dio.
 Beh, ad essere più corretti, si dovrebbe affermare che parlava a Dio. Dio, infatti, stava sempre zitto. Non riuscivi a tirargli fuori una parola che fosse una parola. Ma, di Dio, sappiamo niente e quindi ritorniamo ad Ernst. Quella sera era quasi fine settembre. Insomma, i primi segnali dell’autunno, con un immenso rimpianto per l’estate… – perché Ernst amava l’estate. Amava tutto dell’estate. Ma soprattutto, andare vestito leggero e stare quasi sempre scalzo. Amava che l’essudorazione traspirasse direttamente nell’aria, senza dover attraversare diversi strati di vestiti. Amava l’acqua del fiume dove si bagnava per rimescolare il sangue, e amava quel brulicare d’esistenze che osservava nei campi e lungo i sentieri di campagna. E tutto il resto: il canto delle cicale, i pomodori d’agosto, l’ombra delle pergole e il vino bianco freddo… e le ragazze vestite appena di petali colorati. … Quella sera, Ernst parlava a Di...