A volte, seduta così, sento che il mio corpo diventa un ponte tra la terra e il cielo. In quell’immobilità scelta, mi accorgo che il mondo non mi chiede nulla: semplicemente mi accoglie. Le forme attorno a me diventano un respiro più grande del mio, e io mi ritrovo parte di un ritmo antico, come se ogni gesto fosse già stato pensato da un tempo che mi precede. In quell’istante, mi sembra di essere sia radice che vento, sospesa nel punto esatto in cui l’esistenza smette di chiedere e comincia a essere.
Esistere, essere al mondo .
Dopo che si è sentita la bellezza di questa faccenda, ci domandiamo che senso abbia. La ricerca del senso scaturisce da quella domanda che noi siamo. Lo dico in questo modo come se fossi il Padreterno che sa tutto. In realtà, le cose non stanno così. Io come te, non so un cavolo di niente. Non abbiamo nessuna conoscenza certa su questa storia.
Di fatto immaginiamo quel che vogliamo. E vogliamo immaginare qualcosa che ci soddisfa, ci dà ragione, insomma: ci presenta lo scenario della vita come un palcoscenico in cui possiamo presumere di sapere che parte recitare e come farlo. In altri termini, sostengo che la definizione di come stanno le cose è un atto libero e arbitrario. E che vale la pena di prendere coscienza di questo per decidere in base a quali criteri vogliamo rappresentarci il nostro mondo. La mia amica Cristina, che è stata a un seminario promosso dalla sua azienda, mi informa che secondo rilevamenti statistici seriamente condotti su manager impo...