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Il solito e l'altro

È possibile che stia dando i numeri. Ma c’è qualcosa che suona nell’aria e che chiede di essere detto. Non è proprio la cosa più scontata, più inoffensiva, più indifferente. È qualcosa che invita ad uscire dal solito.

Siamo forse stati allevati nel solito. Gli psicologi possono confermare che il solitoci dà sicurezza. Ma anche noia.

Possiamo far ricorso alla morale, e sacrificare in nostro desiderio di altro per restare fedeli a certi valori, a certi doveri.

Oppure…

Eccola la cosa… Che nome darle? Come farla riconoscere?

Devo ripartire da un’altra parte. Immagina di assistere a un balletto, in una mostra d’arte, nel mezzo di una grande metropoli. Prova a sentire quello che sentiresti. Tu che tutte le mattine vai a guadagnarti il pane, per mantenere i figli, pagare la casa e tutto il resto.

Tutto questo non è male, non è indecenza, al contrario: tutto questo è dignità, grandezza d’animo.
Ma, una volta riconosciuto questo, ascolta quella musica, entra in quella danza, con le opere d’arte attorno, nel cuore della metropoli…

Quello che senti è inesorabilmente il richiamo di altro.
Il nostro mondo produttivo chiederebbe di definire questo altro. Di che si tratta? Come produrlo? Che mercato può avere?

Ma tu senti che non si può partire così. Tu senti che per questo altro, tu devi metterti in viaggio – pur continuando a fare il tuo dovere. O, a volte, smetterla di fare il tuo dovere e partire.

Forse è il nomadismo dei nostri padri, che, dopo tanti secoli di sedentarietà (il solito)  ci chiama ad esplorare ancora. Come se, altrimenti, incombesse l’entropia, la morte.

Io lo chiamo l’esploratore dell’essere. E mi sembra che chiami l’arte in ogni sua forma. E forse anche quell’uggia che mi sento addosso.




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