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Libri


Ti piace leggere?
Il pensiero critico autonomo e personale è una finestra dalla quale guardiamo il mondo. Quello che guardiamo sarà sempre il cibo di cui nutriamo la nostra vitalità. O l’avveleniamo.
Io dico spesso che amo molto leggere. L’espressione non è precisa: amo molto leggere libri che mi piacciono e che mi danno qualcosa, libri che nutrono la mia voglia di vivere, la mia creatività, l’immaginazione pragmatica per affrontare l’esistenza e le sfide che comporta, compresa quella di scoprire le opportunità delle circostanze che capitano.
Ora devo fare una confessione. Ho speso un vero patrimonio per acquistare tanti libri promossi dalla pubblicità come dei must e devo confessare che appena lette le prime pagine mi sono resa conto che non ci avrei capito molto e soprattutto non ci avrei tratto niente di buono e di utile per me. E allora? Devo continuare la fatica di leggere solo perché la critica letteraria (e la pubblicità promossa dalla casa editrice) sostiene che si tratta di un capolavoro? Assolutamente no. E nemmeno il fatto di aver sborsato dei quattrini per questi libri deve rappresentare un obbligo a leggerli.
Qui bisogna che entri in funzione il proprio criterio personale. Non è neanche detto che se voglio diventare una scrittrice, voglio dire una brava scrittrice e anche una grande scrittrice, io debba digerirmi certi tomazzi di mille pagine dove è così difficile orientarsi per afferrare qualcosa solo perché una qualche autorità letteraria lo richiede. Ci ho messo del tempo, ma alla fine sono riuscita a dire addio a “Infinite Jest” di David Foster Wallace, di più di mille duecentocinquanta pagine e ventisette euro di costo. E credo che non mi avventurerò mai nella lettura dell’Ulisse di Joyce, anche se non l’ho mai assaggiato. Ho perfino seri dubbi di incontrare un giorno la “Recherche” di Proust, anche se Alain de Botton ha scritto un libro carinissimo sui vantaggi che se ne può trarre.
Ma l’esercizio del mio criterio personale di scelta non si ferma qui. Ci sono anche i libri che si leggono facilmente e si propongono di mettere in chiaro “in maniera straordinariamente efficace” la perversione, il male, la tragedia, la disperazione, la follia, e ogni possibile bruttura della società. Beh, di fronte a tutto questo cibo culturale, solitamente pubblicizzato come l’ultimo caso editoriale con milioni di copie vendute, il mio stomaco si ritrae e se ho fatto l’errore di acquistare compulsivamente qualcosa del genere, non appena ne sentirò il sapore e gli effetti sulla mia fragile anima, li chiuderò e metterò da parte senza esitazione.
Destinando ad altri tempi o ad altri usi tali volumi.
 Uno degli usi creativi di tali libri che mi viene in mente è quello inventato da Austin Kleon (che di sicuro non l’ha inventato per gli stessi motivi) che lui chiama “Newspaper Blackout” e che consiste nell’oscurare con un pennarello nero tutte le parole che non servono, dopo averne estratte qualcuna per comporre una frase interessante. 









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