Passa ai contenuti principali

La subitanea intensità della vita

Può essere che la scrittura abbia bisogno di maggiore compostezza di quanta me ne consenta l’esplosione appassionata di calore che si sta facendo spazio dentro. 



Oppure, potrebbe anche darsi che la passione aiuti a trovare la via di un’espressione efficace e pertinente di ciò che all’inizio appare come qualcosa di urgente da dire e vago al tempo stesso. 


 
Quello che ho in testa è una sorta di paradosso – a stare alle parole significative che lo rappresentano. Le parole significative sono: calma e rapidità. 


 
E quello che vorrei esprimere è che c’è una me che adora la lentezza, la calma, la passeggiata meditativa, la contemplazione, lo stare a guardare, il gustare masticando adagio, il lasciarsi colmare e portare dagli eventi piuttosto che spingerli in qualche direzione. Il lento scorrere della meraviglia delle piccole cose che arricchiscono perfino gli interstizi del tempo, i pori della pelle, la visione laterale dell’occhio… come carezzare un corpo con estrema lentezza ricettiva. 



E nello stesso spazio esistenziale convive un altra me che ama quella che si potrebbe chiamare la subitanea intensità della vita. Quando le cose si succedono rapidamente e tu non perdi una battuta, cogliendo d’istinto ogni opportunità e colpisci giusto anche senza mirare. E ti sembra di cavalcare lucida e densa d’emozione come una cascata, o un’onda grande, che scorre d’impeto, e su cui rimani in perfetto equilibrio. 
 


Ed è meraviglia nello sguardo che la riflessione getta su di me. Quasi non trovassi nello specchio l’immagine ferma e definita. 
 




Commenti

  1. Come dicono in "sostiene pereira" siamo una congrega di anime

    RispondiElimina
  2. Non contraddirsi mai è impossibile ma se non succedesse che gusto ci sarebbe?

    RispondiElimina
  3. Vola solo chi osa farlo

    RispondiElimina

Posta un commento

Post popolari in questo blog

Soglia cosmica

A braccia spalancate, sembri offrire il tuo respiro al vento, e la collina diventa il punto esatto in cui la terra impara a volare.

Cespuglio selvatico sotto un’aiuola.

A volte, seduta così, sento che il mio corpo diventa un ponte tra la terra e il cielo. In quell’immobilità scelta, mi accorgo che il mondo non mi chiede nulla: semplicemente mi accoglie.  Le forme attorno a me diventano un respiro più grande del mio, e io mi ritrovo parte di un ritmo antico, come se ogni gesto fosse già stato pensato da un tempo che mi precede.  In quell’istante, mi sembra di essere sia radice che vento, sospesa nel punto esatto in cui l’esistenza smette di chiedere e comincia a essere.   

Il silenzio di Dio

S ì, a quell’ora lì, Ernst, di solito, parlava con Dio.
 Beh, ad essere più corretti, si dovrebbe affermare che parlava a Dio. Dio, infatti, stava sempre zitto. Non riuscivi a tirargli fuori una parola che fosse una parola. Ma, di Dio, sappiamo niente e quindi ritorniamo ad Ernst. Quella sera era quasi fine settembre. Insomma, i primi segnali dell’autunno, con un immenso rimpianto per l’estate… – perché Ernst amava l’estate. Amava tutto dell’estate. Ma soprattutto, andare vestito leggero e stare quasi sempre scalzo. Amava che l’essudorazione traspirasse direttamente nell’aria, senza dover attraversare diversi strati di vestiti. Amava l’acqua del fiume dove si bagnava per rimescolare il sangue, e amava quel brulicare d’esistenze che osservava nei campi e lungo i sentieri di campagna. E tutto il resto: il canto delle cicale, i pomodori d’agosto, l’ombra delle pergole e il vino bianco freddo… e le ragazze vestite appena di petali colorati. … Quella sera, Ernst parlava a Di...