Passa ai contenuti principali

Caldo


Oggi il caldo mi dà una sensazione di infinito, come se il calore del sole non dovesse finire mai. Il caldo blocca il tempo, lo fonde con la mente e vi si incollano gli attimi. Ogni sensazione rimane appiccata a se stessa in un vortice senza inizio, né fine.
Rischio di impazzire se penso che per una piccola inclinazione dell’asse terrestre si susseguono, una avanti all’altra per millenni, le stagioni, il caldo ed il freddo, la brina e la pioggia. Si susseguono, appunto, ogni giorno non è mai uguale a se stesso.
Nonostante ciò so che dimenticherò il caldo di oggi. Sarà una giornata d’estate come tante altre, una delle tante. L’infinito dei giorni si correla all’infinito calore del sole e l’uno annulla l’altro, generando dimenticanza e perdita.
Il canto delle cicale fuori mi riporta alla realtà: non c’è cosa più finita di una cicala. Un insetto che si sente ma non si vede ma che muore in poco tempo. Il canto delle cicale non è costituito da una sola cicala, non riesco a distinguerne una sola, sento un coro.
E allora torno all’infinito: una cicala muore, una nasce, un milione cantano e tutto si sussegue, come le stagioni, come il sole che sorge e tramonta.
Solo io e te siamo essere finiti con la coscienza di esserlo. L’universo non ha coscienza, la natura non ha coscienza, tutto procede senza coscienza, perché la coscienza porterebbe al caos ed alla pazzia.









Commenti

  1. Un pensiero molto profondo. Il tocco di rosso ti dona. Bella canzone.

    RispondiElimina

  2. Hai descritto poeticamente ciò che scientificamente affermò il piu grande sociologo di tutti i tempi Max Weber. Cioè che la "cultura" è una sezione finita dell'infinità priva di senso dell'accadere del mondo, alla quale viene attribuito senso e significato dal punto di vista dell'uomo.

    PS: devo uscire dal labirinto mentale che mi crea il tuo pensiero. Troppa bellezza fa male. Dai significato all'eterno impermanente privo di significato, ma la tua è acqua pura che mi esce a goccie dalla mano. Temo scelte drastiche, sempre meglio di una lenta ma inesorabile caducità.

    RispondiElimina

Posta un commento

Post popolari in questo blog

Soglia cosmica

A braccia spalancate, sembri offrire il tuo respiro al vento, e la collina diventa il punto esatto in cui la terra impara a volare.

Cespuglio selvatico sotto un’aiuola.

A volte, seduta così, sento che il mio corpo diventa un ponte tra la terra e il cielo. In quell’immobilità scelta, mi accorgo che il mondo non mi chiede nulla: semplicemente mi accoglie.  Le forme attorno a me diventano un respiro più grande del mio, e io mi ritrovo parte di un ritmo antico, come se ogni gesto fosse già stato pensato da un tempo che mi precede.  In quell’istante, mi sembra di essere sia radice che vento, sospesa nel punto esatto in cui l’esistenza smette di chiedere e comincia a essere.   

Il silenzio di Dio

S ì, a quell’ora lì, Ernst, di solito, parlava con Dio.
 Beh, ad essere più corretti, si dovrebbe affermare che parlava a Dio. Dio, infatti, stava sempre zitto. Non riuscivi a tirargli fuori una parola che fosse una parola. Ma, di Dio, sappiamo niente e quindi ritorniamo ad Ernst. Quella sera era quasi fine settembre. Insomma, i primi segnali dell’autunno, con un immenso rimpianto per l’estate… – perché Ernst amava l’estate. Amava tutto dell’estate. Ma soprattutto, andare vestito leggero e stare quasi sempre scalzo. Amava che l’essudorazione traspirasse direttamente nell’aria, senza dover attraversare diversi strati di vestiti. Amava l’acqua del fiume dove si bagnava per rimescolare il sangue, e amava quel brulicare d’esistenze che osservava nei campi e lungo i sentieri di campagna. E tutto il resto: il canto delle cicale, i pomodori d’agosto, l’ombra delle pergole e il vino bianco freddo… e le ragazze vestite appena di petali colorati. … Quella sera, Ernst parlava a Di...