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Terza persona

In città il traffico è notevole: il dott. Bonarìa cerca di sfruttare tutta l’inerzia del motore e frenare il meno possibile. Non lo fa per risparmiare l’usura dei freni ma solo per gioco. Gli piace schiacciare il pedale solo all’ultimo momento: forse per un inconfessabile desiderio di qualche istante di trasgressione che non riesce più a vivere nella vita.
Il semaforo è rosso, rallenta, sfiora appena il freno, arriva a pochi centimetri dall’auto che lo precede, infine, suo malgrado, deve frenare. Sul sedile a fianco il telefono ed il portafoglio.
Subito ne approfitta per guardare i messaggi, tanto per ingannare quei due minuti di attesa. Da quando ha comprato il telefono nuovo non riesce a stare in tranquillo auto senza far nulla, non si accontenta più di pensare o di guardare fuori: ogni volta, anche mentre sta guidando - per non parlare poi quando il traffico gli impone di attendere in coda - un incontrollabile impulso lo induce a prendere quel telefono tra le mani per cercare, fare, vedere, immaginare, contattare cose o persone di cui non avrebbe affatto bisogno.
Con il capo chino, senza ormai più badare al verde che potrebbe accendersi da un momento all’altro, immerso nei fatti degli altri, Bonarìa scorge un’ombra accanto a sé, fino a sentirne quasi l’odore. Una mano tesa e sporca quasi gli tocca la spalla. Le porte dell’auto sono chiuse, si dice, in città le chiudo sempre.
È il finestrino che è aperto. Questo lo prende alla sprovvista, non ci pensava: quest’anno è la prima volta che viaggia con il vetro abbassato. L’aria si fa respirare. Quella mano estranea lo induce istintivamente a portare il dito medio sull’interruttore e il vetro inizia veloce a salire; scatta il verde , alza la testa, e riparte.
Un’occhiata nello specchietto retrovisore: era solo un lavavetri e per poco non gli staccava la mano. La strada torna a scorrere, pochi secondi, un altro semaforo, nell’abitacolo torna a fare caldo (inatteso ed estraneo, come quella mano), allora riabbassa il finestrino e già non ci pensa più.


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