Ci sono trappole nel linguaggio. S’impara a riconoscerle un po’ per volta. Betty Edwards – una maestra fantastica nell’arte del disegno – diceva: “Quando ad un bambino dici che quello è un cane, smetterà di guardarlo”. Ormai ha un nome. E col nome un concetto. E le parole si mettono insieme. La logica è il loro campo magnetico d’aggregazione. Ne nasce un quadro di significati. L’occhio si sposta sul quadro e, pigramente, non ritorna a ciò che ha visto e che potrebbe continuare a guardare. Allora nascono le definizioni, e la voglia di vivere si veste di quelle definizioni come di vestiti al pranzo di gala della cultura. E ci sono i maestri di cerimonie. E i galatei. A questo punto hai perso il contatto.
All’inizio lo specchio era solo uno specchio. Ma aveva già tutto il mistero e il potere dello specchio. Guardarsi allo specchio non andava senza conseguenze. Il mito di Narciso ne è la testimonianza. Lo specchio poteva servire per controllarsi, per un esame di coscienza, per correggersi, per un sano amor proprio… oppure poteva produrre quell’incanto, quella malia che l’innamoramento della propria immagine mette in scena e che può portare a smarrire se stessi, la realtà e a inquinare i rapporti con il mondo e le persone.
Bisognerà inventare nuovi linguaggi e inventare nuove immagini, ma sarà tutto inutile se non riusciremo a trovare nuovi modi di guardare, amica
RispondiEliminaForse non serve inventare un nuovo linguaggio ma invece serve ritrovare quello originale. Quello che non ha bisogno di grammatica e di vocabolari. Nasce da dentro e tutti lo possono capire. Ormai dimenticato. Troppe parole a volte non aiutano a capirsi. Non abbiamo bisogno di un linguaggio nuovo ma un linguaggio vero. E' quello che ci serve per essere nuovi ogni giorno restando noi stessi. Arricchendoci e arricchendo gli altri.
RispondiEliminama questa statua cosa rappresenta?
RispondiEliminaUrca... me la ricordo quella statua
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